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Il nemico a tutti i costi: quando il giornalismo sportivo diventa gossip e semina odio

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

🖊️ Antonio Manca



Non è nello stile di questo blog entrare nel merito del lavoro dei giornalisti, né tantomeno criticarli pubblicamente. Ma quanto sta accadendo attorno al racconto dei calciatori giovanissimi — poco più che adolescenti, spesso ancora minorenni — ha superato una soglia che non si può più ignorare. Non per difendere una categoria contro l'altra, ma per difendere i ragazzi da un meccanismo che li trasforma, loro malgrado, in munizioni per una guerra di clic.


Quando un giornalista prepara un'intervista a un ex vivaio che ha appena lasciato un grande club, la domanda più facile del mondo è una sola: "Ti senti tradito? Speri che ti rimpiangano?". È la domanda-esca, quella costruita apposta per strappare la dichiarazione ad effetto, il titolo che si scrive da solo.


È quello che è successo, con toni peraltro non isolati, nell'intervista che Alessandro Schiavone ha realizzato per MilanNews.it a Chaka Traoré, l'esterno ivoriano che dopo un lungo percorso nel settore giovanile rossonero — con tanto di gol da protagonista in prima squadra tra Coppa Italia e Serie A nel gennaio 2024 — oggi gioca con la maglia del Partizan Belgrado. Il tema del "il Milan non punta sui giovani" è stato sollecitato più volte nel corso della lunga chiacchierata in Lussemburgo, alla vigilia di un impegno europeo. Ed è lì che si misura la differenza tra un ragazzo che subisce la narrazione e uno che la governa: Traoré non è scivolato nella trappola.


Ha risposto, con la lucidità di chi ha ormai ventidue anni ma un percorso da uomo navigato, che non è affatto vero che il club non creda nei propri ragazzi, citando sé stesso insieme a compagni come Bartesaghi e Camarda come prova concreta di un investimento reale sul vivaio, e ha ricordato che un progetto di crescita — penso alla nuova squadra Under 23 — ha bisogno di tempo per dare frutti. Ha parlato con affetto di Paolo Maldini (rivelando che fu lui a volerlo personalmente al Milan), ha speso parole di stima per l'ex compagno Francesco Camarda, ha lasciato aperta la porta a un ritorno futuro in rossonero.


Nessun titolo urlato, nessuna vendetta consumata a mezzo stampa. Solo la testimonianza di un ragazzo che ha scelto la gratitudine invece del rancore, nonostante le domande cercassero, legittimamente per certi versi ma con insistenza, di portarlo altrove. Ecco: quando il ragazzo tiene botta e risponde con equilibrio, il vero problema è che la domanda tendenziosa resta comunque lì, agli atti, a certificare un metodo. Un metodo che con altri — meno maturi, meno abituati ai riflettori, o semplicemente più giovani — potrebbe funzionare, e produrre la dichiarazione-clickbait che si voleva ottenere fin dall'inizio.


Ed è quello che è accaduto con Gabriele Alesi che, solo un mese fa, venne intervistato da Sportitalia. Il ragazzo, classe 2004 cresciuto nel settore giovanile rossonero e ceduto al Catanzaro a titolo definitivo dopo un anno in prestito alla Sampdoria e un anno in Serie C con Milan Futuro, è stato oggetto di titoli-clickbait in seguito alla risposta a una domanda esca. Gli venne chiesto, infatti, se lui sperasse che il Milan in futuro lo rimpiangesse. E' chiaro che rimpiangere un calciatore significherebbe riconoscere che egli abbia raggiunto un livello alto, ciò è l'obiettivo anche di Alesi che rispose "In un certo senso si". Ed ecco i titoli-clickbait a raffica che, riportando l'intervista, aprivano gli articoli con "Milan, mi rimpiangerai!".


Abbiamo casi più asciutti, ma non meno indicativi, che si consumano nello spazio di un singolo tweet, con un esempio molto recente. Simone Lontani, attaccante classe 2008 cresciuto nel Milan, ha lasciato il club rossonero a parametro zero nel giugno 2026 per accasarsi al Parma, cercando lì lo spazio e il minutaggio che riteneva di non poter avere in questa stagione restando a Milanello — una scelta, tra l'altro, che lo ha riportato più vicino a casa, in Emilia-Romagna. Ripartire dal basso, con meno pressione rispetto a giocare in un top club, è stata ritenuta dal ragazzo e dal suo entourage la scelta migliore per il suo sviluppo e la sua crescita professionale. Una scelta assolutamente personale e degna di essere rispettata. Il 14 agosto, all'esordio ufficiale con la maglia crociata nei trentaduesimi di Coppa Italia contro il Catania, Lontani ha risposto sul campo nel modo più eloquente possibile: doppietta nel primo tempo, gara sbloccata al 19' e raddoppiata al 38', prestazione da assoluto protagonista.


Ebbene, il giornalista Daniele Longo, non appena arrivata la notizia del primo gol, ha scritto un tweet che si è aperto con i dati anagrafici del ragazzo per poi chiudersi, nello stesso respiro, ricordando che a giugno era andato via dal Milan a parametro zero. Non un rigo sulla prestazione o sulle qualità del calciatore, non un accenno al contesto — l'occasione concreta di riscatto — solo il richiamo, quasi automatico, a un dettaglio contrattuale che nulla aveva a che fare con il gesto tecnico appena compiuto.



Un dettaglio, peraltro, che tornava a riaccendere una polemica vecchia di due mesi: quella di un ragazzo di appena 18 anni bollato da una parte degli utenti dei social (fortunatamente risicata) come "mercenario" per aver scelto, legittimamente e nel pieno rispetto delle regole, di non rinnovare un contratto e di provare un'altra strada professionale. Nessuno, va detto, può obbligare un ragazzo a firmare un rinnovo che non sente suo: né il Milan, né chiunque altro.


Eppure quella scelta, del tutto normale nel mondo del calcio professionistico, era bastata a scatenare due fronti social pronti ad attaccarsi a vicenda — chi accusava il ragazzo di ingratitudine, chi accusava il club di non aver saputo trattenerlo — come se in una vicenda di ordinaria gestione di un settore giovanile dovesse per forza esistere un colpevole.

E' la classica metodologia del giornalismo moderno: cercare uno o più nemici da far attaccare, per generare maggiori interazioni (e di conseguenza guadagni, essendo la loro professione) a discapito della corretta informazione.


Non vengono più raccontati percorsi, scelte, momenti decisivi della carriera di un giovane calciatore. Vengono dipinti dei nemici, proposti degli schieramenti, che portano l'utente/lettore medio verso una unica strada: scegliere il suo schieramento e attaccare la controparte.


Il tweet di Longo, va detto con onestà, non contiene insulti né giudizi espliciti. Ma nella sua costruzione — la cronaca del gol accostata, senza soluzione di continuità, al "particolare" del parametro zero — c'è tutta la logica del giornalismo che insegue l'interazione: si sceglie di riaccendere una polemica già esistente invece di limitarsi, semplicemente, a raccontare un ragazzo di diciotto anni che segna una doppietta al suo esordio tra i professionisti. Si poteva scrivere una notizia. Si è scelto di scrivere un innesco.


Se con Lontani il meccanismo si è consumato in poche righe, con Emanuele Troiano si è ripetuto in una forma persino più stridente, perché qui si parla di un ragazzo classe 2010: sedici anni, difensore centrale, considerato tra i migliori del suo anno di nascita. Cresciuto nel Pescara, arrivato al Milan nel 2024 dopo aver battuto la concorrenza di Juventus e Inter, Troiano ha scelto lo scorso giugno di non firmare il primo contratto da professionista offerto dal club rossonero, preferendo tornare alle origini, in Serie C proprio al Pescara, per fare minutaggio vero in prima squadra invece di restare nel percorso Primavera (dove comunque avrebbe giocato da 3 anni sottoetà).


Anche in questo caso, buona parte della narrazione mediatica e social non si è concentrata sulla scelta sportiva — assolutamente comprensibile per un difensore che a quell'età ha più bisogno di partite giocate che di categoria — ma sulla ricerca di un torto da attribuire a qualcuno. E anche in questo caso il ragazzo, appena sedicenne, si è ritrovato etichettato con lo stesso epiteto usato per Lontani, "mercenario", questa volta rivolto a un ragazzino che aveva semplicemente scelto la squadra della propria città e la prospettiva di giocare, invece di un contratto blindato in una big.


Sarebbe stata l'occasione migliore per porre al lettore medio una domanda interessante da cui passa anche il futuro del calcio italiano: per un ragazzo così giovane è meglio restare nelle giovanili di un top club o andare in club di categorie inferiori a cercare maggiore minutaggio?

L'occasione invece è stata persa, perchè per l'ennesima volta si è cercato il nemico della situazione.


Il commento più amaro, se si vuole, è che tutto questo accade a carriere che devono ancora cominciare. Un sedicenne che sceglie il proprio percorso sportivo — con il pieno supporto della famiglia e dell'entourage, verosimilmente — si ritrova a fare i conti con etichette costruite da adulti sconosciuti dietro una tastiera, innescate spesso da titoli e post che privilegiano la polemica alla notizia pura.


Nessuno chiede al giornalismo sportivo di trasformarsi in un ufficio stampa. La critica tecnica, tattica, gestionale fa parte del mestiere, ed è sacrosanta anche quando riguarda giocatori giovanissimi: fa parte della crescita, della formazione di un profilo pubblico, dell'educazione a un mestiere che vive anche di esposizione mediatica. Il problema è un altro: è la sistematicità con cui, di fronte a una scelta personale — restare, andare via, non rinnovare, cambiare categoria — la stampa e i suoi lettori più accesi sentano il bisogno di individuare un colpevole. Una società "che non crede nei giovani". Un ragazzo "mercenario". Come se ogni vicenda di calcio giovanile dovesse per forza avere un cattivo, e non potesse semplicemente essere raccontata per quello che è: un adolescente che prova a costruirsi una carriera, con tutti i rischi e le incognite che questo comporta.


È una dinamica che si autoalimenta: il titolo polemico genera più interazioni del racconto sobrio, l'interazione genera più titoli polemici, e alla fine a pagare il conto — psicologicamente, prima ancora che mediaticamente — sono ragazzi che a sedici, diciassette anni dovrebbero poter sbagliare, scegliere, ripensarci, senza che ogni loro mossa venga trasformata in un caso.


Al netto di tutto questo, ci sono buone notizie da raccontare, ed è giusto chiudere così. Chaka Traoré ha trovato il gol con il Partizan nella sfida di Conference League contro il Tobol, confermando che il percorso post-Milan può essere anche una storia di continuità e crescita. Emanuel Troiano, nel frattempo, ha già trovato la via del gol in amichevole con la maglia del Pescara, segno che la scelta di ripartire dal basso comincia a dare le prime risposte sul campo. E Simone Lontani, con la doppietta in Coppa Italia contro il Catania, ha risposto nel modo più semplice e più efficace possibile a chi due mesi fa lo aveva bollato frettolosamente: giocando, e segnando.

Tre ragazzi, tre strade diverse, un solo augurio in comune: che possano continuare a crescere lontano dal rumore, e che la prossima volta la notizia sia semplicemente la loro, senza bisogno di cercarci un nemico dentro.

 
 
 

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